XTERRA Long Distance Sicily 2019. La storia di un viaggio bellissimo.


Avevo poco più di 10 anni. Dopo alcune avventure in sella ad una bmx, decisi di intraprendere la carriera da ciclista da strada. Arrivò a casa per una promozione scolastica. Era una Atala Gs pluri campione del mondo. Non avevo ben in mente la fatica che avrei dovuto fare per pedalare, al massimo avevo fatto qualche scorribanda su e giù per le colline vicino casa. Durante le prime uscite, quando proprio non ne avevo più, guardavo quella scritta “Campione del mondo 1982 – 1983- 1984-1985” e mi chiedevo come fosse possibile che io, in sella a quella bicicletta non andavo neanche a morire. Lo capii qualche mese dopo, quando abbandonai la bicicletta per un motorino causa la cartilagine del ginocchio completamente distrutta.

Un amore finito? Per tanti anni. Poi un altro infortunio mi ha portato nuovamente sulla bicicletta. Sempre lo stesso ginocchio, sempre la cartilagine ma questa volta anche altro: menisco e legamento. “Caro Emanuele, se proprio vuoi continuare a fare qualcosa puoi andare in bicicletta, ma piano”. Presi in parola il chirurgo e mi fiondai in un negozio. E’ passato qualche anno da quel 2007 e qualche mese fa, una sera, Sofia, con fare sospettoso ma deciso mi disse: “Che ne pensi se io e tua figlia (quasi 2 anni) andiamo una settimana in Salento da sole?”. Saltare con fare gioioso sarebbe stato poco carino. Sparare un si convinto, altrettanto. Così, dopo una falsissima pantomima napoletana di disagio e abbandono di padre e compagno, accettai con conguaglio economico pro-partenza. Da lì a 1 minuto, forse meno, partì la domanda: che faccio una settimana da solo a casa? Tempo di collegare l’XTERRA Italy long distance in Sicilia nella stessa settimana; tempo di capire il budget e i tempi che il programma era fatto: vado in Sicilia a correre il long distance…in bicicletta.

Popoto

Non nego che l’emozione che provai quando capii che avevo voglia di fare una cosa del genere, accantonando, ovviamente, la prestazione agonistica mi fece barcollare ma allo stesso tempo gioire. Da tempo avrei voluto viaggiare in bici, ma mettere in successione viaggio e gara era una cosa a dir poco entusiasmante. La tattica prevedeva il silenzio familiare. La parte da recitare era ancora quella dell’offeso per essere stato lasciato a casa per una settimana da compagna e figlia per essere sostituito da amica e figlia. Orgoglio paterno? Orgoglio matrimoniale? No, recita da attore di teatro, bello e buono. Recita da ciclista passionale che intravede uno spiraglio per un sogno. Non svelo nulla fino a quando non vedo il biglietto aereo sul tavolo. Vanno. Confesso.

Reazione quasi rassegnata. “Sei pazzo, ma d’altronde”. Reazione da madre e compagna: “Pensa a tua figlia”. Reazione da madre, compagna ed economista familiare: “Fatti almeno un’assicurazione”. Già fatta.

Alle 4 di mercoledì 19 giugno parto per il mio viaggio. Condivido l’organizzazione con qualche gruppo di viaggiatori, acquisto due borse da bici rosse fiammanti che stanno a pennello sulla mia Parkpre Trail 29V e scelgo il mio portafortuna per il viaggio: Popoto, l’Ippopotamo di mia figlia. Non è molto contenta, soprattutto quando capisce che lo avrei legato nella parte anteriore della bicicletta. Mi dice: “Così prende troppo sole”. Ha ragione.

A Firenze cotto dalla calura

Pedalo i primi chilometri verso Firenze insieme a qualche amico che ha deciso di condividere con me la prima parte del viaggio: la raccolta fondi per l’Ospedale Pediatrico Meyer legata al viaggio ha mosso molte coscienze. Mi salutano a Porretta Terme, dopo circa 50 chilometri. Sono ormai le 7,30 del mattino e dopo una colazione in loro compagnia mi metto in marcia. Prima tappa, Meyer. Il dislivello per arrivare al passo non è molto. La bici però è pesante ed è poi sempre una mtb, sull’asfalto non è che sia una freccia. Eh lo so che lo state pensando. Perché un viaggio in mtb? Perchè c’era poi da correre l’XTERRA e la mia idea di viaggio era portare con me il necessario per viaggio e gara. XTERRA? Triathlon off-road, mtb e trail running. Il pedale gira facile e finalmente arrivo al Passo della Collina o Passo della Porretta. Da lì, un’entusiasmante e veloce discesa fino a Pistoia segna oltre 100 km di percorrenza. Mi sembra un’ottima media, ma da adesso in poi, fino almeno a Firenze sono in mezzo al traffico, alle macchine e al caldo che alle 9.30 di mattina è già asfissiante. La tappa all’Ospedale mi emoziona non poco. Mi rendo conto che sto facendo qualcosa che mi rende orgoglioso, per tanti bambini sfortunati. Rimarrei volentieri a fare qualche foto e qualche gioco ma c’è una tabella da rispettare e nel centro di Firenze mi perdo, lo so. Tant’è. Dopo qualche chilometro il navigatore mi consiglia una svolta a destra con indicazione Meyer. Ci sono già stato, facciamo che prendo l’iniziativa io e mi dirigo verso sud ovest, così a occhio. La pianura mi ammazza. Il caldo è veramente insopportabile ma lo spirito è davvero alto e combattivo. Pedalo tra una via francigena, strade secondarie e arterie di collegamento ma finalmente arrivo a Pontedera. Check necessario alla mtb per impostazione di sella discutibile, poi mangio e trovo rifugio in un piccolo affittacamere in zona. Decido di svegliarmi appena dopo l’alba.

Una stazione...quel treno non l'ho mai preso.

Voglio pedalare più possibile nelle ore migliori della giornata e percorrere più chilometri possibile. Mi lascio ingolosire da una deviazione di percorso che mi porta sulle colline in direzione Cecina. Il paesaggio è bellissimo, la mattina fresca, l’aria sembra pulita e faccio diversi chilometri in sterrato. Poi la realtà mi riporta alla media da tenere e se continuo così a Civitavecchia ci arrivo fra tre giorni. Rifletto e studio una via di uscita, breve. E’ l’Aurelia, vecchia. Ho bisogno di viveri. Entro in un supermercato con la mtb sotto il braccio, mi guardano male. Me ne frego, non potevo mica portare con me una catena da tre chili per legare la bici. L’appoggio ad una cassa chiusa. Occhi dolci alla cassiera che mi guarda come per dire: “Non so se ti sei visto. Chi pensi di commuovere?”. Buon viso a cattivo gioco. Prosciutto, schiaccia, riso freddo, un litro di coca, frutta. Non mi accontento di mangiare davanti ad uno squallido supermercato, pedalo altri dieci chilometri e arrivo a San Vincenzo, al mare. Bello, bellissimo vedere il mare. E’ un altro obiettivo raggiunto: la costa. Mi accomodo all’ombra, immagino di guardarmi dall’alto e mi vedo felice di ciò che sto facendo, di come lo sto vivendo e apprezzo la bicicletta da un altro punto di vista. Sono emozioni diverse, spensieratezza, tenacia, organizzazione, tempo che scorre, più o meno lento sotto le ruote tra asfalto, breccia e sabbia. Riparto ignaro che da lì a poco l’Aurelia sarà l’unica via da percorrere. Lo sfrecciare delle macchine veloci a dieci centimetri da te che pedali su una carreggiata di una strada a scorrimento veloce a due corsie non è una bella sensazione. Non mi capacito di ciò. Un tedesco, incredulo mi chiede se è possibile percorrere quella strada. Chiamo la polizia locale e me lo conferma. Mi dice anche che non ci sono alternative. Bella figura. A Orbetello butto la seconda àncora. Ci arrivo intorno alle 19 del giovedì ma ormai al traguardo finale manca davvero poco e sono molto rilassato. Una bella birra e una camminata in paese non me la toglie nessuno.

Il viaggio del terzo giorno è semplice e breve così approfitto per un bel bagno per poi imbarcarmi in direzione Palermo. Dormo, come un bambino fino allo sbarco, mi aspetta l’ultima ascesa per raggiungere il campo gara.

Salendo verso Piana degli Albanesi

Sotto un caldo umido e una Palermo sporca e intasata di traffico, puzza, smog, clacson, pedalo fino a Piana degli Albanesi. Il premio sono tre cannoli siciliani di imbarazzante bontà, di arte culinaria, sapore, attenzione, sensi che non placano l’ingordigia.

E’ fatta? Neanche per sogno. Corro un XTERRA Long Distance in 5 ore e 43 minuti. Bagno al lago, bici carica e si torna a prendere il traghetto. La fatica non la sento. Solo emozione, solo senso di libertà. Mi chiedo se ciò derivi da uno stato mentale oppure se è solo perché sono in sella alla mia bicicletta. Credo di avere la risposta, ma in fondo non è poi così importante.

Popoto è salvo: io anche. Il “matrimonio” anche. Mi sento un altro.


Emanuele Iannarilli | Cross-Tri

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