Tommy Gatti: la sua giornata no al campionato italiano, come non ve la aspettereste.


Tommaso Gatti dopo la finish al Camp. Italiano di Lavarone

Uno dei momenti in cui mi piace stare con me stesso e sentire di essere lì, nel preciso momento in cui lo penso e lo respiro è l’alba. All’alba tutto tace, o quasi. All’alba tutto sembra ancora soffuso. La luce pervade piano la sala dove me ne sto seduto sul divano, con la tazzina del caffè bollente affianco, a fare cose. Il più delle volte leggo. Articoli, storie, libri, testi accademici, difficilmente romanzi in questo periodo. Altre volte scrivo, altre lavoro. Questa volta invece, leggendo, mi sorprendo a pensare ad una storia. Storia in realtà non lo è ancora. Sono pensieri che mi tornano a qualcosa di vissuto di traverso tramite gli sguardi di un atleta che ha sofferto, ha provato a vincere ma non ce l’ha fatta, ha dovuto abdicare ad una giornata no. Mi tornano in mente i momenti nei giorni precedenti la gara dove ci siamo sentiti per diversi motivi e sembrava carico e pronto. Mi vengono in mente i momenti prima del via con la non consapevolezza di quello che sarebbe successo durante la gara.


Tommy Gatti è un ragazzo d’oro, come si dice, un bravo ragazzo. Uno di quelli che se a un genitore chiedi come voglia un figlio ti risponde: “Come Tommy.”. Un giovane atleta che dedica tante ore ad allenamenti duri e ripetuti. E’ un triatleta, dunque non ha riposo, non ha recupero. Il recupero lo inserisce direttamente negli allenamenti, nella fatica degli obiettivi, negli attimi che intercorrono tra la fine di una sessione di training, una cena e una dormita e poi è di nuovo sudore, fatica, forza, dedizione.

Si era preparato a dovere per l’appuntamento finale di stagione. Aveva “sacrificato” le vacanze estive per passare un periodo a Livigno durante l’estate ad allenarsi, ovvio, lontano dal traffico cittadino e dal caldo. Lo aveva condiviso proprio con un suo futuro avversario, ma anche grande amico, Riccardo Ridolfi. Entrambi a loro modo sapevano quanto avevano dato e si sentivano pronti.

Ognuno pensava all’altro, a quanto quel periodo lo aveva reso più forte e più solido per l’appuntamento di Lavarone, il campionato italiano. Entrambi sapevano altrettanto che l’occasione era ghiotta. Quando ricapita di correre un campionato italiano senza Rinaldi e Ugazio, due grandi esponenti del cross triathlon italiano? Non che ne fossero contenti, ma si sa, in questi casi l’occasione fa l’uomo ladro e due rivali in meno di quel calibro ti fanno sognare ad occhi aperti.

E’ pronto Tommy, “micio” per gli amici. E’ pronto e si sente pronto. Ha recuperato dalla caduta al mondiale di Pontevedra. Le sensazioni sono quelle che si possono definire, positive. E’ un modesto, non per spocchia, forse un po’ per scaramanzia e un po’ perché ancora deve rendersi totalmente conto di quanto è forte e di quanto può esserlo ancora di più.

E’ tranquillo, almeno in apparenza. Scherza, ride, accetta di buon grado il ruolo di favorito numero uno per la vittoria finale. Non sono solo io a dirlo ma i suoi stessi “compagni” e avversari che lo vedono in tanti davanti al gruppo nella frazione mountain bike e poi nella corsa.

Succede che parte bene già dal nuoto. Non è uno squalo, ma non è neanche una boa. Va forte e esce nelle prime posizioni. La faccia sembra quella giusta. La fatica si vede ma sembra sotto controllo. Conferme ne arrivano subito, quando in sella alla sua Bianchi Methanol raggiunge la testa della gara e si mette davanti a tirare. Se ne va, l’alfiere della Pool Cantù; del resto si sa, in mountain bike va forte e non è certo il tipo che si mette a giocare con la tattica. Poi però qualcosa si rompe. Qualche allarme arriva dalle gambe, dalla pedalata. Cambia la faccia, cambia lo sguardo, cambia la smorfia di fatica che si trasforma chilometro dopo chilometro in sofferenza. Cala il ritmo, le gambe non rispondono più a dovere e quando lo vedo a 5 km dalla fine della frazione bike mi rendo conto che sta vivendo il suo dramma sportivo, sta vivendo una giornata che un atleta si augura non arrivi mai. Perché, per tutti, questi momenti sono in conto e nessuno è capace di prevederli e poi neanche di gestirli. Se arriva la giornata no, non c’è niente che tenga. Perdi.

Tommaso: l'espressione non mente, le gambe non spingono più.

Fatica. La pedalata non è fluida ma soprattutto lo vedo scomposto, fuori asse mentre mi arriva vicino. Soffermo il mio sguardo sul suo viso e capisco cosa sta succedendo dentro la testa di Tommy. Lo capisco perché sono un atleta anche io. Scarso è vero, ma una persona che conosce la fatica, la gioia di sentire le gambe che girano e la disperazione delle giornate in cui vorresti ma non puoi. Quelle giornate di buio pesto in cui sei arrivato a mille e non vai neanche a dieci. Soffre, e anche tanto. Soffre perché ha capito che la posizione persa in testa a favore del suo amico Ridolfi non sarà l’unica. Soffre perché non capisce cosa succede e soffre perché vede il suo traguardo allontanarsi pedalata dopo pedalata. Un atleta come lui lo sa. Un atleta come lui capisce che nella corsa sarà peggio e con tutto l’ottimismo che puoi provare a trasmettere al tuo cervello perché faccia uno sforzo e aiuti le gambe a girare, sai che non basterà per salvare il salvabile. Lo vedo arrivare nello strappo che segna il punto più alto del percorso trail. Il primo è passato da qualche minuto, il terzo lo sorpassa proprio in quel momento. Il quarto e il quinto sentono odore del suo sangue e di lì a poco gli salteranno addosso senza remore, senza se e senza ma. E’ la gara, è la competizione, è la battaglia per il titolo italiano e non prevede sconti, né appelli.

Tommaso cammina. Sfocata la foto, forse anche il suo momento.

Arranca. Non è una questione di stanchezza. In quei momenti non sei stanco, sei solo ed esclusivamente la controfigura di te stesso, della tua forza, della tua preparazione. Perché? Non lo saprai mai. Se il campionato fosse stato il giorno prima, o il giorno dopo, probabilmente tutto ciò non sarebbe successo. Invece è in quel momento e tu non ci sei e non te lo saresti mai aspettato.

L’unica cosa che vuoi in quei momenti è che lo strazio finisca prima possibile, invece prima di arrivare al traguardo vedi sfilare uno dopo l’altro tanti altri compagni che non pensavi che avrebbero potuto metterti in difficoltà. La realtà è che in quel momento sei solo tu in difficoltà, gli altri fanno quello che avrebbero fatto comunque, tu, no.

Ciò che si prova dopo la finish line è un misto di delusione e sollievo. Tommy non è contento di come è andata la sua giornata, la sua gara, il suo campionato italiano. Tommy è però contento di aver messo fine allo strazio del suo fisico che proprio quando avrebbe voluto che fosse performante e pronto lo ha abbandonato. Pensa oltre, Tommaso Gatti, deve pensare oltre. Chiudere e riprendere a lavorare perché se il campionato italiano 2019 non lo vedrà campione e neanche sul podio, quelli prossimi lo vedranno protagonista. D’altronde è campione europeo U23 e terzo assoluto allo stesso campionato Europeo. Hai bisogno di conferme per capire che sei una bestia?


Emanuele Iannarilli

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