Jurido: la malattia, la voglia di rinascere nuovamente e tornare alla vita. #2

Aggiornato il: 3 dic 2018


Durante la nostra chiacchierata a Bologna

Tornare alla vita…ma prima si passa dal buio, si passa a lottare con la vita, con tutte le forze che hai.

La sera del ritorno da Euro Bike Juri torna a casa con un malessere che sembra tanto una mezza influenza o qualcosa del genere. Riceve addirittura rassicurazioni dai medici che lo visitano allertati dalla famiglia, che nell’assisterlo nel frattempo avevano dovuto asciugare mezzo bagno dal sudore che Juri stava versando. Sudore da collasso, non da febbre, un bagno di sudore con innumerevoli altri segnali quantomeno strani. Passa la notte ma la situazione non migliora. La fortuna, forse, è nella sorella che svolge l’attività di infermiera presso un ospedale. La storia della labirintite proprio non la convince e lo “scorta” in ospedale. Da li in poi, anzi, già dalle scale di casa fatte in barella la storia cosciente di Juri finisce. Finiscono i ricordi, finisce tutto quanto successo dopo, finisce la ricostruzione mentale dell’atleta, del guerriero, che da lì in poi diventa paziente. Il racconto delle ore in ospedale prima della diagnosi finale, ischemia cerebellare in corso, parlano di una persona quasi posseduta dal demonio. Letteralmente legato ad un lettino sotto dosi massicce di tranquillanti non si lascia abbattere e continua a dimenarsi ed insultare chiunque gli capiti a tiro. Neanche l’inconscio vuole arrendersi ma poi…arriva il sonno che lo porta in sala operatoria.

Gli incitamenti per Juri

Quel sonno dura 13 giorni, tredici lunghissimi giorni i cui i familiari dimenticano la vita per essergli quanto possibile vicini. Arrivano i compagni di mille battaglie, arriva la maglietta di Radio Deejay che entra anche nei circuiti cerebrali di Juri con una compilation dedicata per aiutarne il risveglio. Arrivano i saluti dei compagni XTERRA, ma Juri dorme ancora.


Il risveglio.

“Non ricordo bene che ora fosse, ma appena aperti gli occhi ho capito da subito di essere in ospedale. Non sapevo nè come ci ero finito, nè perché, ma li per li mi interessava poco anzi, niente. L’unica cosa che ricordo è che dissi tra me e me che dovevo uscire, subito”. Non aveva fatto i calcoli però con quella era la realtà. Nonostante la voglia e l’abnegazione non bastava voler uscire al più presto, ci voleva forza, tanta per capire di dover imparare di nuovo a mettere un piede davanti all’altro, di guardare dritto per non cadere, di doversi aiutare con il girello per poter fare un metro. Quel metro diventano due, poi tre poi cinque e i medici si convincono che il suo percorso deve continuare in un’altra clinica, il S. Maugeri, dove lo aiuteranno a tornare ad una forma quantomeno decente per tornare a casa.

Non si molla.


L’uomo ferito diventa un leone. Un leone ferito diventa inarrestabile. Juri migliora, giorno dopo giorno. Bara anche, bara fino a buttare via una stampella nel corridoio: ”Vidi da lontano arrivare la dottoressa che mi aveva in cura e avevo abbandonato la stampella senza il suo permesso. Afferrai un giornale e lo utilizzai per coprirmi il volto e cercare di nascondermi. Non ci cascò e presi un cazziatone, ma io non volevo stare ai loro tempi, volevo tornare a correre”. Ormai è quasi Natale 2011 e le speranze di farlo a casa crescono. Effettivamente così è e dopo aver anche combattuto contro una forma di meningite contratta presumibilmente in sala operatoria, il triatleta torna a casa. La storia è da subito difficile. La gabbia casalinga gli sta stretta e comincia a smaniare per correre verso la sua completa rinascita. La strada però non sempre è come la si vorrebbe. Manca l’equilibrio, che ancora oggi in alcune situazioni latita, manca la forza muscolare, insomma non manca poco, c’è da sudare. In quel momento torna fuori l’atleta, torna la voglia dell’allenamento duro, la voglia delle pedalate fino allo spasmo o delle nuotate in ipossia, delle corse del mattino ma torna la voglia di puntare un obiettivo. Saperlo fare non è da tutti, saperlo rincorrere men che meno. Il triatleta lo sa, bene, senza un obiettivo non va da nessuna parte, non riesce a sacrificare ore e ore di allenamenti, non riesce a sopportare sveglie all’alba o allenamenti notturni. O hai un obiettivo chiaro, raggiungibile e sfidante oppure dopo un po’ molli; è la storia di ognuno di noi che lo dice.


Guardato male dagli avversari

Il ritorno, la fine di un incubo.

Il nostro eroe sbarca nel 2013 con gli obiettivi chiari, chiarissimi, tornare a correre un triathlon. Poco importa se sarà un Ironman oppure un supersprint, essere vivi, poter pensare ancora a un tuffo in acqua e correre verso il traguardo con le scarpette da running non è una vittoria, è, la vittoria. L’occasione si presenta a Rimini e Juri l’agguanta. Il giorno prima del Challenge, oggettivamente forse un po’ troppo ancora per lui, c’è uno sprint. L’uomo batte l’atleta e va, va con i suoi ritmi verso la fine. E’ la fine di un incubo, l’inizio di una nuova storia da scrivere. Una storia di vita, di attributi, di sofferenza e gioia. E’ una storia che oggi Juri racconta con leggerezza ma in alcuni momenti gli occhi non tradiscono. Il ricordo affiora, i momenti scorrono veloci, i flash portano il nodo in gola.

Ci salutiamo, consci di aver stretto un’amicizia. In fondo il cross triathlon per noi è amicizia, sacrificio ma sempre e comunque amicizia. Ciao amico mio, amico nostro. Se un giorno mi chiederanno chi è Jurido, risponderò; un amico.



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