Filippo Rinaldi: the story, part 1.


Il destino nel motocross?

Nascere nella famiglia Rinaldi nel 1991 voleva dire essere parte della storia del motocross italiano.

Come potevano Filippo e i suoi fratelli “scappare” dalla passione di famiglia se proprio ne 1991 nasceva la collaborazione con Yamaha e il famigerato Team Rinaldi? Come faceva Filippo a non idolatrare mostri sacri del cross quando suo zio Michele qualche anno prima aveva vinto il campionato del mondo cross 125, diventando il primo italiano a vincerne uno?

Verrebbe alla mente un parallelo con un noto film: “Essere Filippo Rinaldi”, in questo caso, e percorrere la sua strada senza essere troppo influenzato dalle gesta familiari era quasi impossibile. Ancora di più perché nell’età dove i miti e gli eroi la fanno da padroni Filippo si ritrova a girare per casa un, anzi, “IL” MOSTRO sacro del motocross mondiale: Stefan Everts.

Comunque sempre a cavallo

E’ come dire, sei il figlio di Totti, e tutti giorni sei a contatto con compagni di squadra e avversari di calibro mondiale. E’ possibile non innamorarsi del calcio?

Filippo affronta i suoi primi anni di vita gironzolando sui colli parmensi intorno a Langhirano, sede del quartier generale del Team dello zio e del papà, e comincia a sentire scorrere nelle vene quell’adrenalina che solo il “gas” di una moto da cross riesce a trasmettere. Le vede, le ammira, guarda con occhi sgranati i primi piloti arrivati a Parma dall’America, Schmidt e Moore vincono mondiali in quei primi suoi anni di vita. Ma Filippo rimane con il sedere giù da una sella da motocross. In famiglia non vogliono. Cavolo, deve essere un bel flagello vedere girare “cavalli” sciolti ovunque, sentire il rombo di motori a due tempi ore e ore al giorno e non poter minimamente toccare neanche una piccola moto. E no, mamma e papà hanno deciso così e il piccolo Filippo deve “accontentarsi” di tirare calci al pallone insieme ai suoi fratelli negli scantinati di casa, nel giardino.

Su un Tenerè di casa Rinaldi

Questo è stato uno dei primi passaggi chiave della sua vita che Filippo ci racconta: “In famiglia a me e a miei fratelli non era concesso salire su una moto. La nostra famiglia aveva visto tanta gente farsi male in sella alle moto da cross e questo rappresentava un freno. Era protezione nei nostri confronti, ovviamente, ma a noi quel “no” pesava come un macigno. Provate a immaginare vivere in una famiglia in cui il motocross era da anni tutto. Era la passione, era la professione, era la mania di mio zio, mio padre. Noi guardavamo ma non potevamo toccare ma la passione saliva anche per noi, giorno dopo giorno.”

Nonostante ci fosse tanta passione per la moto Filippo ne vede arrivare una tutta sua “solo” a 7 anni. Fino ad allora neanche un giretto, neanche una prova per appagare magari momentaneamente la fame di gas. Primo di 3 figli, Filippo vede poi arrivare suo fratello “di mezzo” che a sei anni porta a casa la sua prima moto. E’ il problema dei primi figli, si rumoreggia in casa. “Io a sette, gli altri miei due fratelli a sei.” Ma non è tutto. La passione per i motori era talmente totale che qualsiasi mezzo girasse facendo degli scoppi attirava la loro attenzione. “Mi incavolavo perché io avevo dovuto aspettare un anno in più per la moto. Per il tagliaerba fino ai 13, mentre loro a 10 potevano salirci e guidarlo; a me non stava per niente bene”. Ci scherza, lui, ma si vede che forse in quegli anni non era proprio una roba da ridere. Nel frattempo arriva il calcio. Intorno ai 6 anni comincia giocarci a Langhirano. Ma prova anche pallavolo e baseball, ma non se ne fa niente. A scuola gli amici giocavano a calcio se non eri della partita non eri nessuno. Centrale difensivo. Buona corsa, ottimo fisico, piedi non da trequartista.

Con papà e mamma

E la moto? Sembra quasi sia una maledizione per lui. I genitori non vogliano assolutamente che Filippo corra in moto. Il padre, campione italiano di motocross e lo zio, mondiale, nella loro ventennale esperienza di gestione del Team Rinaldi avevano visto tanti ragazzi di belle speranze andare forte in moto e a volte, però farsi male, sul serio. “Mio padre è stato team manager della squadra per diversi anni. Aveva il terrore che noi ci facessimo male. Nella sua esperienza aveva dovuto anche vedere un ragazzo farsi male correndo e finire sulla sedia a rotelle. Correre per noi era vietato, non c’era modo di discuterne. Alle nostre continue richieste un giorno ci disse che se avessimo continuato ci avrebbe vietato anche di girarci per divertimento. Devo ammettere che era frustante e allora io non lo capivo. Mi prese da parte e mi disse”; “Filippo, lo so che per voi è una sofferenza, ma un giorno capirai che lo facciamo per voi”. “Forse oggi lo capisco un po' di più…”

Campioni nel team ne arrivavano e ne andavano ma per loro non c’era mai spazio. “Ci disse che non eravamo abbastanza bravi per correre e per rischiare nel motocross.” Quanto c’era di team manager e quanto di padre? La risposta ce la da proprio Filippo: “Forse 70 padre e 30 team manager, ma questo era. Nessuno dei tre fratelli ha mai avuto modo di correre una gara di motocross.” Una storia di per sè incredibile, una storia che insegna quanto un genitore “soffra” solo al pensiero che un figlio possa stare male, possa correre dei rischi.

Rinaldi brothers

Pian piano però in Filippo comincia a crescere la voglia di fare sport a buoni livelli. Il concetto che ci spiega è che per lui lo sport è una cosa seria, non è un passatempo come la maggior parte delle persone. Quando capì che nel calcio non sarebbe riuscito ad arrivare a buoni livelli decise di lasciarlo. Aveva 16 anni e chiuse definitivamente la parentesi agonistica nel calcio.

In quel periodo il nostro campione italiano ci confessa che non sapeva neanche che esistesse una disciplina che racchiudesse in sè tre sport. Il triathlon. Fu la madre, provetta nuotatrice, che glielo disse. “Filippo sai, a Parma c’è una grande squadra di triathlon, il Cus Parma, magari potresti provare”. La corsa non era un problema. Anche in bici Filippo non andava malissimo ma il nuoto…to be continued.

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